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Una dinastia allo specchio


editore / publisher
ViaDellaTerra

progetto editoriale / publishing project
Mario Peghini
coordinamento editoriale / editorial coordination
ViaDellaTerra
immagini / images
Paolo Calzà
testi / texts
Ettore Napione
Mara Mason
Cristina Guarnieri
Salvatore Ferrari
Gian Maria Varanini
Alessandra Vedovello

progetto grafico / graphics project
Giancarlo Stefanati

dimensioni / size
cm 23,5 x 28,5
pagine / pages
357
copertina / cover
cartonata / hardcover
edizione / edition
2005 ottobre / october
ISBN
88-7558-022-7

Ettore Napione, Mario Peghini
Castello di Sabbionara, lunedì 7 luglio 1410, al capezzale di Azzone Francesco da Castelbarco viene chiamato un certo Zenone, medico e speziario di Verona. In punto di morte il signore aveva convocato anche il notaio, per dettare le ultime volontà di un uomo di antico e nobile lignaggio, aggrappato ormai ad un frammento di ‘regno’. Ma i testimoni, fra i quali si distinguevano il pievano ed un monaco benedettino che officiava la cappella di Sant’Antonio Abate, scoprirono ben presto di assistere a qualcosa di più definitivo della morte di un singolo Castelbarco.
Azzone raccomandava Ettore, il suo unico figlio, allora poco più che ventenne, al Serenissimo Governo dei Veneziani e al figlio imponeva, “sub poena aeternalis suae maledictionis”, di manifestarsi “bonus legalis civis, amicus, servitor dicto Serenissimo Duci Venetiarum” e di consegnare “beneplacitum, custodiam et guardiam...suorum castrorum”; se Ettore fosse morto senza lasciare eredi veniva inoltre stabilito che “ipsa castra, bona et jura et iurisdictiones remanere libere Serenissimo Domino Venetiarum”. Si prefigurava così una cesura definitiva tra i Castelbarco ed i possedimenti di Avio. La clausola suonava quasi come un presagio ed, infatti, l’anno seguente Ettore spirava senza prole.
Il 28 novembre 1411 i Veneziani giunsero ad un patto con la madre Agnese d’Arco, la quale, in cambio di una residenza, di una lauta rendita e di un’adeguata servitù, lasciava il castello.
La fine del dominio castrobarcense ad Avio, preparata e sottoscritta da Azzone Francesco, è stata raccontata ed approfondita da molti studiosi: i suoi risvolti storici e giuridici sono un piccolo paradigma delle dinamiche di acquisizione del potere da parte della Serenissima; ma esiste anche una chiave di lettura diversa, che ci consente di approfondire la conoscenza del periodo tardomedievale di questa parte della Vallagarina: Azzone rappresenta il limite da cui ripercorrere a ritroso due secoli di rapporti fra i signori e le altre istanze del territorio.
Il testamento del 1410 è uno sguardo su Avio fatalmente esclusivo, perché il territorio aviense esauriva quasi tutto il micro ‘regno’ di Azzone, ma nelle intenzioni di beneficio espresse verso la Pieve e le chiese locali c’erano dei presupposti che venivano da lontano, c’era la consapevolezza di un potere antico, che ancora pretendeva di essere riconosciuto e manifestato.
Oltre al castello di Sabbionara, le chiese locali con il loro impianto medievale e le tracce di figurazioni ad affresco sono le testimonianze più evidenti del periodo castrobarcense; Azzone Francesco nel suo letto di morte, soppesava i suoi lasciti, come avevano fatto i suoi antenati.
Sant’Antonio Abate era stata fondata dal bisnonno, Guglielmo di Azzone, come oratorio funerario e dinastico esterno al castello, al centro della facciata Guglielmo aveva collocato la sua arca monumentale, come un’insegna celebrativa e votiva. La chiesa di San Vigilio serviva, invece, con il suo cimitero, il nucleo abitato di Sabbionara, anche se non fu mai una cappella castrobarcense; nel 1380 venne eletta per la sua sepoltura da un prozio del nostro Azzone, Aldrighetto di Gugliemo da Castelbarco. San Leonardo, infine, nei pressi della frazione di Borghetto, gestita dall’ordine dei Crociferi a partire dal 1215, dipendeva dal vescovo di Trento e restò a lungo fuori dalle pertinenze feudali castrobarcensi, trovando considerazione solo nel testamento di Guglielmo il Grande.
Un discorso più complesso è, invece, dovuto al rapporto fra la Pieve e i Castelbarco, che fu di impronta più squisitamente istituzionale e si manifestò attraverso i lasciti di Azzone di Briano, di Gugliemo il Grande e di Azzone Francesco. La chiesa matrice, avamposto trentino della diocesi di Verona fu, del resto, il più robusto interlocutore locale del potere castrobarcense: i Castelbarco agivano, infatti, nelle vesti nominali di feudatari del vescovo di Trento dentro l’amministrazione pastorale del vescovo scaligero e i pievani dovevano adeguarsi e mediare. Così si registra la presenza dell’arciprete Alessandro da Forlì al capezzale di Azzone Francesco nel 1410 e quella del suo predecessore Bernardo al legato di Gugliemo detto il Grande, steso a Lizzana nel 1316.
La munificenza delle disposizioni di Gugliemo il Grande segna l’apice del periodo castrobarcense e i benefici a pioggia del suo testamento servono per una mappatura delle chiese presenti in Vallagarina. In questo volume pubblichiamo, a cura di Alessandra Vedovello, da una copia del XVII secolo dell’Archivio Parrocchiale di Lizzana, il primo legato del signore trentino, redatto nel 1316 e rimasto finora inedito, e una nuova trascrizione del testamento definitivo del 1319, tratta da una pergamena coeva dell’Archivio di Stato di Verona.
Nel commento diplomatico ai due testamenti, Gian Maria Varanini analizza le divergenze nei dispositivi, le variazioni nel gruppo dei testimoni, le logiche che sottendono alle modifiche intervenute nel 1319. Avanza delle riflessioni sul sistema di potere di Guglielmo il Grande, sulla forma giuridica del suo apparato e sulle sue manifestazioni, divise tra lo scenario urbano di Verona e il territorio della Vallagarina. La grandiosità esibita rimane, comunque, sorprendente sia nel 1316 che nel 1319: quest’uomo ricchissimo riesce a prestare attenzione anche alla più periferica delle cappelle del suo ‘regno’, suggella un dominio politico ed economico fondato sulla gestione quotidiana di relazioni grandi e piccole, radicato sulla cura del particolare: attraverso questa capacità, probabilmente, riusciva ad accattivarsi la riconoscenza in ogni località del ‘feudo’.
Le chiese di Avio, in questo quadro, vedono il loro interesse storico riscattato da una valenza meramente localistica, anche se, in verità, le loro vestigia medievali sono, comunque, di per sé complessivamente apprezzabili: gli affreschi, infatti, benché frammentari dimostrano che i contesti sacri ebbero delle definizioni organiche, degli apparati figurativi e ornamentali conformate ad un progetto. Nell’antica Pieve il pannello tardo duecentesco, raffigurante l’Ingresso di Cristo a Gerusalemme, doveva correlarsi ad un ciclo cristologico; il quasi coevo Cristo in Maestà di San Leonardo caratterizzava l’abside primitiva della cappella; le scene della vita di Cristo, recentemente restaurate e del tutto inedite, databili al primo Trecento, formavano una decorazione unitaria lungo le pareti di San Vigilio. I saggi di Mara Mason e di Cristina Guarnieri guardano a queste opere e ai loro artefici, alle analogie rintracciabili tra Verona e il Trentino Meridionale; entrano in un microcosmo di testimonianze che in Vallagarina hanno una inconsueta densità (oltre Avio ci sono le pitture di San Pietro in Bosco ad Ala o quelle di Santa Cecilia e Santa Lucia di Chizzola), tracciando uno spaccato sulla pittura di fine Duecento e sulle manifestazioni del cosiddetto protogiottismo. L’intervento di Salvatore Ferrari, invece, si interroga sull’origine dell’aula sacra nell’ala ovest del Palazzo Baronale del castello. Intitolata a San Michele Arcangelo, la cappella mostra una fase trecentesca e un ampliamento del tardo Quattrocento. Nel sistema più ampio del castello castrobarcense sarà interessante indagare il rapporto tra questa cappella residenziale castrense e l’oratorio funerario di Sant’Antonio, edificato fuori le mura e sull’approccio del signore alle pratiche religiose.
I contatti tra i Castelbarco e le chiese aviensi non autorizzano una correlazione automatica tra i reperti medievali di XIII e XIV secolo e la storia della famiglia dominante ma, nello stesso tempo, la dimensione ristretta del paese costituisce di per sé un presupposto per muoversi tra le testimonianze (documentarie, archeologiche e artistiche) del villaggio ‘castrobarcense’, avendo la certezza che difficilmente qualcosa o qualcuno potesse manifestarsi fuori dal controllo o dalla tacita accondiscendenza della famiglia dominante. Nel saggio d’apertura della prima parte, Ettore Napione cerca di dipanare questa trama, intervenendo anche sulle origini del castello. Gli incroci delle notizie sulle chiese, sul castrum e sui Castelbarco aprono dei percorsi indiziari che si propongono di stimolare nuovi filoni di ricerca.
Nella seconda parte del volume questo respiro intrinseco al territorio di Avio lascia il campo ad una proposta di lettura monografica sulle strategie funerarie dei Castelbarco nel Trecento, attraverso lo studio di tre successive arche monumentali: il mausoleo di Guglielmo il Grande a Santa Anastasia di Verona; il sepolcro di Aldrighetto di Federico, già a San Tommaso Becket di Rovereto; la tomba di Guglielmo di Azzone già a Sant’Antonio Abate di Avio. Il tentativo è quello di leggere il rapporto tra il potere, la morte e la propaganda signorile in prospettiva genealogica. L’esigenza manifestata già da Azzone Castelbarco nel 1265, di valorizzare la propria immagine sulla scena urbana di Verona, chiedendo sepoltura presso i frati predicatori, si ridimensiona nelle scelte dei due nipoti di Guglielmo il Grande (Guglielmo di Azzone e Aldrighetto di Federico), che ‘ritornano’ nel territorio di riferimento, costruendo le loro tombe presso delle cappelle di giuspatronato. La vicenda artistica coinvolge il Maestro di Santa Anastasia, per l’arca di Guglielmo il Grande, ed uno scultore chiaramente affiliato al Primo Maestro della Loggia degli Osii, per quella di Aldrighetto. Le riflessioni scaturite inducono a ripensare i movimenti e le cronologie della bottega veronese e ad iniziare una revisione, attraverso lo scultore lombardo, delle linee interpretative sul Maestro della loggia milanese. L’arca proveniente da Avio è, invece, negli anni Cinquanta l’unico esempio sepolcrale di reazione alle novità del mausoleo di Mastino II della Scala, anche il suo anonimo scultore era lombardo, di buone capacità, ma lontano dal naturalismo raffinato della tomba scaligera.
Le sepolture castrobarcensi successive conservano qualche interesse, ma più per la pretesa di stare in un contesto funerario autonomo (come Aldrighetto sepolto nel 1380 davanti all’altare della cappella di San Vigilio), che per l’aspetto monumentale del sepolcro; oppure perché ancora collegate a cappelle di famiglia, come quella chiesta dallo stesso Azzone Francesco, da cui siamo partiti. Nel 1410 egli stabiliva, infatti, di essere sepolto a Sant’Antonio di Sabbionara e la sua ultima dimora potrebbe essere il sarcofago su colonne che fa mostra di sé in fondo all’aula, senza epigrafe e ornato solo di una croce.
Questa tomba, rimasta anonima, può essere, a ragione, eretta a simbolo dell’autunno dei Castelbarco. I prossimi lavori di restauro della chiesa di Sant’Antonio Abate, forse ci aiuteranno a scrivere nuove pagine sulla complessa storia di questo territorio di confine; ci auguriamo che la collana edita della biblioteca comunale di Avio saprà cogliere anche questa sfida, fedele al suo programma editoriale teso a documentare la ricca storia di quest’area del Trentino Meridionale.


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