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Paolo Calzà.
Alto Garda.
Nuovi paesaggi


editore / publisher
ViaDellaTerra

progetto editoriale / publishing project
Comitato salvaguardia dell’olivaia
Comitato per lo sviluppo sostenibile
Italia Nostra, sezione trentina
WWF Trentino

immagini / images
Paolo Calzà
progetto grafico / graphics project
ViaDellaTerra

dimensioni / size
cm 27,0 x 20,5
pagine / pages
56
lingua / language
Italiano / Italian
copertina / cover
brossura / paperbackr
edizione / edition
2015 novembre / november

Beppo Toffolon
Le fotografie di Paolo Calzà contengono molte informazioni e sollecitano altrettante riflessioni.
Con un paradosso: nonostante ritraggano soggetti che non si possono definire gradevoli, si fanno guardare, innanzitutto, per puro piacere estetico. Merito, ritengo, della loro accurata composizione. La precisione prospettica ricorda le fotografie degli Alinari o di Basilico: non uno spigolo fuori piombo, non una linea deformata, orizzonti e punti di fuga attentamente collocati. I fratelli Alinari dedicavano tanta cura all’impianto prospettico per costruire un archivio fotografico dell’Italia monumentale; Gabriele Basilico, invece, ne ha fatto retoricamente uso per monumentalizzare le periferie. Come quest’ultimo, anche Calzà ritrae “nuovi paesaggi urbani”, ma queste fotografie non vogliono persuaderci che quanto abbiamo malamente costruito possieda una “inquietante bellezza”. Né si sforzano di farlo apparire più brutto di quanto non sia. La calibrazione prospettica è qui essenzialmente distacco dal soggetto e rispetto per l’osservatore; e se la bruttezza
di quegli edifici e di quei luoghi appare ancora più inquietante, lo si deve proprio all’assoluta neutralità
del mezzo, alla sua attendibilità. Questo non è un artificio retorico, ma l’opposto: trasparenza e onestà intellettuale. Oltreché, beninteso, padronanza dell’arte.
Vi è un’altra importante differenza: Alinari e Basilico fotografano essenzialmente oggetti, seppure
di grandi dimensioni come un edificio o un pezzo di città; Calzà fotografa paesaggi, nell’accezione più autentica del termine. Paesaggi urbanizzati, dove tuttavia esiste ancora una relazione tra figura e sfondo, tra parti urbane e contesto naturale o agricolo. Le immagini descrivono questa relazione, e documentano accuratamente il suo drammatico degrado. Oltre all’oggetto e al suo sfondo, molte fotografie includono un terzo importante elemento: lo spazio antistante. Un vuoto ogni volta diverso, ma sempre imbarazzante nella sua insensatezza; documento eloquente dell’incapacità dell’urbanistica moderna di dare forma compiuta allo spazio tra gli edifici.
Il catalogo è vasto e doloroso, talvolta grottesco, come le prime due immagini, fumettistiche parodie
della natura. Ci sono gli scempi operati direttamente entro la cornice paesaggistica (ex Argentina)
e frammenti edificati colpevolmente dispersi nella campagna. C’è il tritume urbanistico che ha invaso
la piana e la collina, in modo poroso e discontinuo, finendo con l’imprigionare i residui “lotti agricoli”
entro la campagna edificata. Ci sono gli scatoloni produttivi, gli scatoloni terziari e gli scatoloni residenziali, ognuno “ordinatamente” collocato nella sua zona e nel suo lotto, in una sorta di smembramento urbano che però non ha impedito che case e fabbriche finissero fianco a fianco.
Ci sono le nuove strade di collegamento costrette a sprofondarsi sotto il suolo e le vecchie arterie incrostate di attività che prosperano parassitariamente sui flussi passanti. Ci sono le drammatiche sproporzioni tra gli edifici, gli accostamenti improponibili, le velleità auto-celebrative, le incongruità infrastrutturali. C’è l’accidentale provvisorietà dei margini urbani. C’è la desolante piazza di Torbole,
che assieme al relitto acefalo dell’ex Colonia Pavese costituisce un elaboratissimo monumento al nonsense. C’è infine l’erosione della montagna per produrre inerti, e il consumo di suolo che quegli
inerti servono a produrre.
C’è tutto quello che abbiamo maldestramente combinato in mezzo secolo di pianificazione sbagliata
e di progettazione incolta. Fermiamoci qui e cominciamo a pensare a come porvi rimedio, tenendo sempre sott’occhio queste immagini, come alimento del nostro rimorso e come monito a non ripetere
gli stessi errori.
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